sabato 20 agosto 2011

Ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo (Mt 16,20)

A volte si dice «fidarsi è bene, non fidarsi è meglio». Il senso di questo detto viene riferito innanzitutto a se stessi, soprattutto per quanto riguarda la seconda parte. Di che cosa noi non dovremmo fidarsi? È proprio non si fida mai alla propria condizione umana. La debolezza dell’uomo fa parte integrante della sua vita. Di conseguenza, fidarsi ai propri talenti, la propria intelligenza, la forza ossia avere la sicurezza basata su ciò che l’uomo capace a fare è una fiducia oscillante e potrebbe condurre l’uomo alla situazione peccaminosa.
Mentre i sadducei ed i farisei cercano una trappola per far tacere le opere di Gesù Cristo a motivo della loro sicurezza sulla loro coscienza, Gesù, invece, attraverso un avviso semplice ai suoi discepoli di dare attenzione al loro lievito, insegna loro per leggere «non i fatti, ma il contesto dei fatti», non la questione dell’assenza del pane, ma la falsa dottrina che minaccia la scuola del discepolato.
Quanto costa il valore del fidarsi a qualcuno? Basta un cinque minuti di caffè, una giornata di cammino sui sentieri nella montagna, un anno passato in oratorio insieme oppure ci vuole proprio un lungo percorso di anni? Ognuno ha un modo suo per poter coltivare e far crescere questa fiducia nel suo cuore, la sede dell’amore, il luogo del soggetto capace di amare e di entrare in comunione profonda con il prossimo. Il prezzo è, allora, la propria vita. Fidarsi nell’altro significa mettersi nei suoi panni, consegnare la vita nelle sue mani.
La domanda di Gesù rivolta ai suoi discepoli «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» (Mt 16,13) nasconde non semplicemente una curiosità da parte di Gesù, ma richiede anche una sincerità del cuore da parte dei discepoli. Gesù aspetta da loro uno sguardo critico di fronte al cammino del discepolato dalla prima chiamata fino adesso. È quasi impossibile se il suo lavoro pastorale come l’annuncio della venuta del Regno di Dio attraverso i segni, le parabole, gli insegnamenti, lo spezzare il pane, la guarigione degli infermi e degli indemoniati non raccoglie il frutto dalla sede della sapienza dell’uomo. Infatti, è stato Pietro a suscitare quel anelito dell’uomo per incontrare la Messia promessa per liberare Israele dalla schiavitù, quella Via che conduce alla Vita. Questa sapienza di Pietro viene spiegato da Gesù come un dono. Sì, la fiducia è un dono. La sapienza del cuore per discernere ciò che appare quotidianamente è le briciole di una grazia che viene dall’alto, «perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto» (Mt 7,8).
Per quale motivo poi Gesù ordina ai suoi discepoli per tacere? Non è stato il primo e l’unico episodio in cui egli comanda quelli che hanno ricevuto la grazia, la rivelazione e la guarigione per mettere in segreto l’episodio, per non raccontare a nessuno ciò che egli ha fatto, o semplicemente gli chiede di andare via, senza una missione precisa (cf. Mc 1,44; 7,29.36; 8,26; 10,52 ecc.). Questo comando, però, è quasi al contrario dell’evento della guarigione di un indemoniato geraseno (cf. Mc 5,1-20). Magari questa è unica occasione in cui Gesù, dopo aver guarito l’uomo indemoniato, lo ordina per tornare a casa e di non seguirlo. « nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato» (Mc 5,19).
Per questo uomo, «tornare alla casa» significa tornare al luogo della propria chiamata, che è il mondo. Questo è una terra santa, abitata e ha bisogno della presenza dei testimoni. La base della testimonianza è l’esperienza di fede in Dio sperimentata e vissuta intensamente nella sede dell’amore, che è il cuore. In questo, la Parola si incarna nella carne dell’uomo ed egli non può fare altro che trasmettere ciò che il Signore nostro Dio gli ha fatto. In modo simile si può dire che la vita dei laici sono intessuti in diversi impegni, doveri e lavori nella famiglia e nel quartiere. Il loro mondo è il luogo della propria chiamata ed è al mondo sono mandati per essere testimoni credibili, annunciatori del Vangelo. Il Concilio Vaticano II riassume così l’immagine della spiritualità dei laici «cercare il Regno di Dio, trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio» (LG 31).
Al contrario è il luogo della chiamata dei discepoli, che è il Signore stesso. Mentre i sinottici raccontano la prima chiamata e la scelta di un gruppo più stretto per seguire Gesù più da vicino, il vangelo di Giovanni invece non menziona questa scelta dei dodici. Una volta chiamata, il discepolo rimane con il suo maestro, il luogo intimo per attingere la profondità della ricchezza, la sapienza e la conoscenza di Dio (Rm 11,33). Quando egli li manda nel mondo (cf. Mt 10; Mc 6,6b-13.30-32ss; Lc 10,1-24), egli stesso aspetta il suo ritorno. Quando questi discepoli tornano a Gesù, loro tornano al luogo della propria chiamata. Il loro «fare» nel mondo non è il compito primario ed essenziale, ma è il frutto e l’espressione dell’abbondanza dello «stessero con lui» (Mc 3,14). In questa cornice dell’identità dei discepoli, si comprende allora il motivo per la quale Gesù ordinò i suoi discepoli per mantenere il segreto che egli era Cristo prima che questi lo vive e lo incarna in modo pieno, attraversando l’esperienza della Croce, che è il preludio della gloria della risurrezione.
Alla fine di questa riflessione, vorrei citare un versetto del  discorsi ai partenti di Conforti per i suoi missionari in Cina nel 1929, per arricchire il senso dell’avere fiducia su qualcuno, del fidarsi nell’altro: «State per compiere un grande sacrificio, ma che voi compite con grande generosità ed animo ilare. E questo perché è la fede che vi ispira, la quale vi fa vedere nell’apostolato a cui vi accingete una continuazione dell’apostolato stesso di Cristo» (§ 1038).

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